All'Isola del Giglio ​un vino di vento, macchia e salsedine

All'Isola del Giglio ​un vino di vento, macchia e salsedine

Si chiama Calzo Della Vignia e viene prodotto da uva ansonica, lì chiamata ansonaco, da tre appassionati amici

Quando si ha nel bicchiere un vino mai assaggiato prima si è sempre in una situazione strana, un po’ impazienti, un po’ curiosi, a volte scettici. Quando poi il vino viene prodotto da un amico, uno dei pochi veri amici, tenere alla larga il sentimento e giudicare il vino con obiettività può essere difficile.

l vino di cui vi sto parlando è un prodotto davvero particolare, che esprime le caratteristiche del proprio territorio e del vitigno senza compromessi anzi cercando la sfida e osando portare i nostri orizzonti gustativi un passo oltre. Calzo Della Vignia, questo il suo nome. Viene prodotto da uva ansonica, localmente chiamata ansonaco, all’Isola del Giglio da tre temerari della viticoltura, uno è enologo e gli altri due, sempre coinvolti nel mondo del vino, son proprietari di piccolissime parcelle di vigna in diverse posizioni nel versante occidentale dell’isola. 

La prima annata imbottigliata è stata il 2013 ma la produzione era talmente esigua, solo duecento bottiglie, da non permetterne una commercializzazione. Nel 2014 la produzione è aumentata fino a ottocento bottiglie e quindi benché in dosi omeopatiche si può trovare in qualche ristorante o enoteca. Il 2015 che ancora riposa nel legno e ci starà fino alla prossima estate sarà un ulteriore passo avanti sia come numero di bottiglie prodotte sia come qualità del vino.

Forse non tutti avete avuto la fortuna di fare una passeggiata nei sentieri del Giglio, circondati dalla macchia mediterranea, con i conigli selvatici che scorrazzano e i falchi pellegrini che si librano alti sferzati dal vento, con le rocce bianche granitiche che spuntano fra i cisti e gli elicrisi, e i rari appezzamenti vitati che sfidano le leggi della gravità attaccati ad improbabili microterrazzamenti senza nessuna possibilità per i viticoltori della benché minima meccanizzazione nelle operazioni in vigna. I terrazzamenti vengono lavorati interamente a mano; vanga e zappa sono gli unici strumenti possibili, il sudore della fronte irriga i ceppi contorti allevati ad alberello e protetti dagli attacchi dei conigli selvatici con delle reti alla base. Quello che per i turisti è un paradiso per i vignaioli è un inferno, e per questo negli ultimi cinquanta anni la viticoltura gigliese si è ridotta all’osso. Nei secoli passati l’isola produceva uva sia da vino che da tavola per i mercati di Grosseto, Siena e anche Roma. Poi il declino improvviso e ineluttabile, il turismo offre stipendi migliori, meno sudore e meno alea. Adesso si intravede una rinascita anche legata ai nostri tre arditi vignaioli.

Veniamo adesso agli assaggi; per primo ho nel bicchiere il 2015, prelevato dalla barrique, di quarto passaggio quindi dalla bassissima cessione tannica e aromatica. Il vino è stato lasciato a macerare sulle bucce per tre mesi ed ha svolto la fermentazione malolattica completamente. Si presenta dal colore giallo oro vibrante, leggermente torbido ma è normale per un campione dal legno; il naso è inizialmente un po’ ingessato ma dopo pochi minuti inizia ad aprire il ventaglio aromatico e lascia intravedere sviluppi che potranno essere completati solo da un adeguato riposo in bottiglia. In bocca è pieno, con tannini portati dalle bucce di macerazione in rilievo ma ben equilibrati, acidità e alcool in giusto bilanciamento. Sarà in commercio dal prossimo anno ma avrà senz’altro lunga vita, attualmente credo sia giusto prevederne una beva ottimale intorno al 2020

Passiamo al 2013; pochi giorni di macerazione sulle bucce quindi colore leggermente più chiaro; aromi di frutta matura, inizialmente uva, susina claudia, albicocca poi anche nocciola fresca e scorza di pompelmo. Col tempo nel bicchiere si creano aromi più dolci dallo zucchero filato, alla confettura di susine. Una evoluzione che va avanti oltre mezz’ora e che stimola il degustatore a bere di nuovo per la curiosità di provare nuove sensazioni. In bocca è largo, appagante, in beva ottimale.

Il 2014 è l’annata che troverete in commercio; ha effettuato due mesi di macerazione sulle bucce, anche qui malolattica svolta totalmente; sensazioni olfattive di grande varianza, dalle foglie verdi di macchia mediterranea, ai frutti gialli, allo iodio, ed infine un tocco di incenso. E cambia… e cambia… e cambia ancora! Articolatissimo, l’aria lo ravviva continuamente, scoprendone il carattere più schivo e roccioso. Adesso è il minerale granitico a dominare il naso. Domani chissà? La bocca risponde al naso in maniera simmetrica, riproponendo le medesime sensazioni supportate da una dose di tannini, si tannini in un bianco, davvero notevole e che lo rendono un vino perfetto per abbinamenti con carni bianche anche leggermente a tendenza grassa.

La gioia nell’assaggiare certi vini è grande, mi rendo conto di quanto siano vini estremi, non certo adatti a palati novizi ma la personalità che trasmettono è emozionante. Già qualcuno più importante di me diceva duemila anni fa che il vino è “frutto della vite e del lavoro dell’uomo” e nessun altro vino più di questi ci presentano le personalità schiette dell’uva, del territorio e dei vignaioli.

Ultima annotazione: mentre assaggiavo mi veniva in mente un piatto che vorrei poter realizzare: coniglio porchettato, ripieno di salsiccia e finocchietto selvatico e avvolto nell’omento. Chi me lo cucina? 

Leggi l'articolo originale su Nove da Firenze

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